il Chiacchierone

Gregory Corso, Poesie

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Gregory Corso, accompagnato dal bravissimo Ethan Hawke durante le riprese del documentario Corso: The Last Beat, davanti ad una cella nella quale aveva trascorso gran parte della sua gioventù dichiarò di aver ricevuto lì, in quell’angusto e disumano spazio, la sua educazione. L’attaccamento alla vita celebrato dai suoi viscerali e vigorosi versi è in una certa misura figlio di quell’esperienza così determinante, durante la quale ebbe anche luogo il suo primo approccio alla letteratura. Il suo personale percorso di formazione, tanto diverso rispetto agli altri “Daddies” della Beat Generation – tutti avevano compiuto studi regolari – gli fornirà quegli strumenti con i quali darà vita ad una poesia che non suona come tale, che non ha sequenza logica, spesso così poco godibile, incomprensibile, ma sempre capace di veicolare al massimo la vera sostanza del messaggio Beat, fino a spingersi oltre. Gli permetterà di costruire versi giocando con i riferimenti all’arte, alla letteratura, sconfinando nella storia, nell’attualità, nell’immaginario collettivo, nel quotidiano dell’America moderna.

Se in Sulla strada tanti e disseminati lungo il viaggio di Dean e Sal erano presagi e visioni di morte, soltanto in Corso la Morte è il tema centrale di una produzione vastissima. Soltanto in Corso la Morte aleggia con la sua presenza su ogni verso nel quale il poeta celebra la Vita.

Io non dico Ave a nessun particolare Potere se non quello della Vita/Neppure condanno alcuna forma di Potere se non quella della Morte/L’inaugurazione della Morte è un Potere assurdo/La vita è il Potere supremo/Chiunque ferisce la Vita è una caramella nella confetteria del Potere/Chiunque si lamenta della Vita è un mostro abbagliante nello zoo del Potere/Gli amanti della Vita sono meritevoli del trofeo del Potere/Non devono saltare le olimpiadi del Potere né attestare pellegrinaggi/Ogni uomo è felice spia del Potere nel regno della Debolezza

Controcorrente e con innata irriverenza, seppe esprimere al meglio un attaccamento febbrile alla vita, una vitalità dirompente. Seppe protrarre e celebrare nel tempo la visione dell’America che fu di Kerouac, pur ricorrendo a parole – “Potere”, appunto – o versi – Buttafuori della storia Blocco del tempo Tu Bomba/Giocattolo d’universo Massimo di tutti i rubacieli Non posso odiarti – che non furono mai del tutto condivisi e compresi nemmeno all’interno dello stesso movimento.

Che sono incapace di odiare ciò che è necessario amare/Che non posso esistere in un mondo che acconsente/un bambino in un parco un uomo sulla sedia elettrica/Che sono capace di ridere di tutte le cose/di tutto ciò che so e che non so per nascondere così il mio dolore/Che dico di essere un poeta e perciò amo ogni uomo

Corso opponeva all’odio, al controllo – di cui erano frutti la Bomba e l’American Way – l’amore incondizionato per tutto ciò che esiste. L’accettazione totale e onnicomprensiva della vita. Nulla se amato può nuocere, nemmeno il carnefice. Nemmeno la Bomba sulla quale si andava costruendo l’equilibrio politico di un intero pianeta. Fedele al suo nome di battesimo, Nunzio, si fece araldo di quello che definì con abile gioco di parole «spirito autoctonio», cioè originario della stessa terra e sotterraneo. Erede dello spirito di Kerouac, cantore dello spirito dei sotterranei di Kerouac da cui tutto ebbe origine.

Caro Pubblico,/noi precursori dell’attuale stile e coscienza/(con Kerouac in spirito)/siamo i padri dell’Età/16 anni fa, nati da noi stessi,/la nostra era una storia con un futuro/E dalla nostra Petroniana visione della società/una poesia sotterranea della strada/impreziosita dal divino macellaio, l’umorismo,/scalò le torri della Grande Menzogna/e prese a calci il carretto di mele d’avorio dei valori tiranni/gettandolo nell’oblio illusorio/senza spargere una goccia di sangue/… beati i Rivoluzionari dello Spirito!

Versi di amore illimitato per la vita raccolgono un’eredità e si spingono oltre, scagliandosi verso l’odio nemico del mondo e dell’umanità. La ribellione diventa rivoluzione. Perché rivoluzionario, più di qualunque altro, è il messaggio del nunzio Gregory e della sua poesia.

Gregory Corso, Poesie. Mindfield – Campo mentale, edizione integrale con testo inglese a fronte e disegni dell’autore, con testimonianze di William S. Burroughs e Allen Ginsberg, a cura di Massimo Bacigalupo, Newton Compton, 2007

Written by Loris Spadaro

29 Novembre 2009 alle 21:46

La qualità che riscatta

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Brutte notti ubriache
fanno brutti giorni di rimpianti

La notte scorsa era macchiata dalla paura
io o il mondo eravamo tutto uno sbaglio

Oggi tra forti ventate e piogge
sto sul ponte di Putney
gettando cracker del Ritz ai cigni
anatre e gabbiani sottostanti
e rassicuro me stesso:
giorno e notte
tu vai forte

Gregory Corso

Written by Loris Spadaro

28 Novembre 2009 alle 10:08

Sulla strada

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Non è difficile comprendere perché Sulla strada sia così rappresentativo del movimento della Beat Generation. Il termine beat, nelle sue diverse accezioni, è l’essenza del romanzo stesso. L’emarginazione di Dean e Sal e di tutti gli altri personaggi è scelta esistenziale, volontà di distacco rispetto ad un ben preciso mondo. Beat come diversità ma anche come ritmo, battito, ritmo frenetico che scandisce un vivere forte e all’unisono. Beat – da beatific – come condizione estatica di distacco dall’io e dal mondo, di beatitudine, di santità. C’è poi nei personaggi di questo romanzo – chiaramente autobiografico – molto di quelli che furono i “Daddies”, i Padri del movimento, da Ginsberg a Corso, da Burroughs a Ferlinghetti. Ogni personaggio è ritratto di ossessioni, teorie, atteggiamenti di quelli che furono in concreto i compagni di vita di Kerouac. Dean Moriarty è infine la figura che compendia tutte le altre, il ritratto definitivo del modello intellettuale per eccellenza. Dean Moriarty in cui si riconosce Neal Cassady, personaggio quasi mitologico per tutti i seguaci della Beat Generation che qui riceve la sua consacrazione come maestro. Folle, allucinato, avido di vita con l’energia di un anfetaminico, imbroglione, ipnotico, ciarlatano. Dean Moriarty, letteratura e carcere, furti e fascino, mogli e puttane, il “Daddy”, il Padre per eccellenza. Il maestro di un’intera generazione che Kerouac profetizza destinato ad esser rinnegato dai suoi stessi discepoli, condannato da ciò che lui stesso ha contribuito a creare.

C’erano stati giorni, a Denver, in cui Dean metteva tutti a sedere al buio, anche le ragazze, e poi parlava, parlava e parlava senza stancarsi mai con quella sua voce di allora ipnotica e strana, ed era diventata leggendaria la sua capacità di conquistare le ragazze con la sola forza della persuasione e il contenuto dei suoi discorsi. [...] Ora i suoi discepoli erano sposati e le mogli dei suoi discepoli lo processavano per la sessualità e la vita che aveva contribuito a creare.

Dean Moriarty il Padre che non sfuggirà al giudizio dei figli. Sulla strada il Padre simbolico che Dean e Sal, Neal e Jack, non hanno mai trovato durante la loro vita sulle strade degli Stati Uniti.

Il secondo conflitto mondiale aveva lasciato macerie fuori e dentro l’anima. Negli anni dell’immediato dopoguerra un’intera generazione percepì una necessità, quella necessità che lo stesso Cassady definì origine dell’arte buona, l’origine che ne «garantisce il valore». La necessità era quella di rifiutare tutto ciò che sarebbe stato col tempo un mostruoso establishment destinato ad espandersi nel corso dei decenni, il nuovo ordine mondiale costruito sulla pax atomica e basato sulla società dei consumi. Nel viaggio sulla strada, nel rifiuto di qualunque certezza e stabilità, di ogni dove, si compie la più grande ribellione al conformismo. Sulla strada ne è manifesto. È manifesto di un’esperienza, quella del viaggio per il viaggio, destinata a non raggiungere mai la sua compiutezza ma tale da racchiudere qualunque vicenda umana, dall’amicizia alla solitudine, dall’amore alla morte.

Nel Messico dell’ultimo viaggio insieme si perfeziona il distacco, la beatitudine di cui soltanto Dean si rivelerà capace. Al di là della frontiera il mondo sembra essersi fermato, sembra esser rimasto estraneo al compiersi della Storia. Una dimensione senza tempo, premoderna, fatta di accettazione rassegnata, malinconica ma mai triste di una condizione di povertà immanente alla vita. Neanche l’approdo quasi orgiastico ad un mondo agli antipodi di quello delle grandi metropoli americane segnerà il compimento del viaggio, il raggiungimento della cosa ultima, della «perla».

E così in America quando il sole tramonta e me ne sto seduto sul vecchio molo diroccato del fiume a guardare i lunghi cieli sopra il New Jersey e sento tutta quella terra nuda che si srotola in un’unica incredibile enorme massa fino alla costa occidentale, e a tutta quella strada che corre, e a tutta quella gente che sogna nella sua immensità, e so che a quell’ora nello Iowa i bambini stanno piangendo nella terra in cui si lasciano piangere i bambini, e che stanotte spunteranno le stelle, e non sapete che Dio è Winnie Pooh?, e che la stella della sera sta tramontando e spargendo le sue fioche scintille sulla prateria proprio prima dell’arrivo della notte fonda che benedice la terra, oscura tutti i fiumi, avvolge le vette e abbraccia le ultime spiagge, e che nessuno, nessuno sa cosa toccherà a nessun altro, allora penso a Dean Moriarty, penso perfino al vecchio Dean Moriarty padre che non abbiamo mai trovato, penso a Dean Moriarty.

Un pensiero che è chiedersi dov’è, da che parte, in chi, quello spirito che può chiamarsi casa.

Jack Kerouac, Sulla strada, traduzione di Marisa Caramella, con un saggio di Fernanda Pivano, Mondadori, 2006

Written by Loris Spadaro

27 Novembre 2009 alle 13:27

Sterzata

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Non pensavo di sentirne il bisogno, ma ad una breve e attenta riflessione in fondo va bene così. Per un po’ di tempo questa pagina potrebbe prendere una deriva più intimista, ed il fatto è che ciò corrisponde ad una esigenza del momento.

Negli ultimi giorni in Italia pare esser successo di tutto. O forse non è successo niente. La morte di Brenda e tutta la vicenda relativa fanno pensare al fatto che il destino della Repubblica italiana dipenda da quanto potrebbero conoscere i trans. Ancora, dopo ventisei anni dichiarazioni sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Respinta la richiesta di arresto di Cosentino. Il “processo breve”. Cartelli stradali con divieto di burqa. Pentiti e rivelazioni una dopo l’altra. Gli imbrogli della Juventus “non sussistono”. Ogni giorno, qualsiasi notizia, conferma che questo paese è nel pugno di pochi. Nel pugno di una consorteria che da decenni, senza soluzione di continuità, ne fa un paese di mille misteri e nessun segreto. Un paese di criminali professionisti, senza mezzi termini. Il rifugio della feccia umana, benedetta ed istituzionalizzata. Ogni giorno questa Italia mi fa passare la voglia di svegliarmi. Fortunato, e lo dico davvero, chi riesce a calarsi totalmente in quel che fa, a conservare entusiasmo. Chi consiglia di fare lo stesso e ci crede. Chi riesce ad apprendere, chi sa, chi capisce e dopo torna a sé, come fosse automatico, come fosse questione di impostazioni. Fortunato chi non arriva a fare il pensiero malsano che questo paese meriti di essere raso al suolo, metro per metro. Fortunato chi si accontenta di un angolino al sole, pur se raggiunto strisciando tra le rassicuranti pieghe degli impegni quotidiani. Perché nell’Italia dove la persona umana vale zero l’unico diritto realmente concesso è quello di strisciare.

Io non ci riesco. La consapevolezza del marcio mi infetta le giornate, mi spegne più del dovuto la voglia di sorridere, più di quanto comunque non debba mai permettere. Al massimo, nei fatti miei io mi rifugio. E non è la stessa cosa. È un po’ sopravvivere.

Mi rifugio nei fatti miei, nelle mie letture, nelle mie amicizie, nella mia musica, nel pensiero rivolto a cose, belle o brutte, che sono mie. Funzionerà? Forse no. Ma anche la minima delle manifestazioni di me, la più piccola piega della mia vita, merita almeno la stessa attenzione rivolta alla più importante delle faccende riguardanti questa fogna di paese – che sia maledetto da dio e dagli uomini – di cui mi vergogno di essere cittadino.

Written by Loris Spadaro

25 Novembre 2009 alle 23:44

Pubblicato in Pensieri

Tredici soldati

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Il servizio militare obbligatorio in Israele è lunghissimo – addirittura tre anni per gli uomini – e si è riservisti, con obbligo periodico di servizio effettivo, almeno fino ai quarant’anni. Non c’è legge sull’obiezione di coscienza e i modi per evitare il servizio militare sono tre. Il primo, estremamente curioso, è farsi dichiarare pacifisti da apposita commissione. Il secondo, per sole donne, dichiararsi osservanti della religione ebraica. Come terza soluzione, il carcere. Genitori arrivano perfino a denunciare i figli renitenti. Buona parte degli ebrei ortodossi considera il servizio militare, obbligatorio dai 18 anni, un dovere religioso. Gli uomini di Tsahal, l’esercito israeliano, non lasciano nessuno dietro, nemmeno un cadavere. Un’intera brigata è capace di mobilitarsi per un solo uomo. A ventun anni puoi essere un ufficiale, roba di altri secoli.Questa è l’età del tenente Erez, e come un dovere vivono la trincea gli uomini del suo plotone.

Tredici soldati è un libro maledettamente intelligente, è una durissima critica alla guerra per bocca dei suoi protagonisti, senza retorica e grandi discorsi, attraverso le normali preoccupazioni, i comuni punti di vista, i soliti pungenti scetticismi di chi vive con lucidità e naturalezza la propria gioventù.

E lì a Beaufort i tredici soldati dell’unità di Erez stanno così, in attesa, niente di più di un inizio e di una fine. Lì con le loro storie, la loro amicizia, l’unica cosa che sembra contare in quell’attesa. Nell’attesa che qualcosa accada, che si debba attaccare o rientrare. Nell’attesa che ti cada sulla testa un razzo di Hezbollah lì al confine con il Libano, in una occupazione che non ha più senso, che nessuno vuole più. E l’amicizia tra commilitoni sembra l’unico collante, l’unica verità in un contesto che ha dell’assurdo, l’unica forza per tredici uomini che si ritrovano sulla stessa barca a pensare ed aspettare la vita che c’è fuori. La vita che non aspetta te, con i suoi divertimenti, i viaggi in moto, i giochi con gli amici, la fidanzata, la mamma, i fratelli, la sorella, la famiglia, l’università. Una vita da riprendersi, sempre che si sappia tornare dal fronte, sempre che si possa tornare dal fronte. Magari tutti insieme.

Ron Leshem, Tredici soldati, traduzione di Ofra Bannet e Raffaella Scardi, Rizzoli, 2007

Written by Loris Spadaro

22 Novembre 2009 alle 00:05

Pubblicato in Letteratura, Libri, Ron Leshem, Tsahal

Lo Stato vuol governare le vite, senza eliminare i mali della Modernità

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di Massimo Fini, uscito su Il Gazzettino il 13 novembre 2009

Porta a porta di martedì era dedicato all’argomento droga allargatosi poi anche all’uso e abuso di alcol. C’erano il sindaco di Roma Alemanno, quello di Firenze Renzi, il radicale Cappato, scienziati, esperti del settore. Dalla trasmissione saliva un forte lezzo di Stato totalitario. Tutti gli interventi infatti, sia che abbracciassero la linea della repressione dura sia quella della legalizzazione, erano intesi a “salvare” l’individuo da se stesso e dai suoi vizi. Ora, in uno Stato liberale il cittadino maggiorenne ha diritto, in linea di principio, a fare quel che vuole della sua vita. Anche distruggerla. Sia in un colpo solo, sia con quella sorta di suicidio differito cui porta spesso l’uso di determinate sostanze. La vita appartiene a lui e solo a lui. Non era così nel Medioevo, società teocratica in cui si riteneva che la vita appartenesse a Dio e che quindi l’uomo non potesse disporne (e per questo il suicidio era punito: con ritorsioni sul cadavere e il patrimonio). Nello Stato etico, cioè totalitario, che è la derivazione laica di quello teocratico, si ritiene invece che la vita appartenga, appunto, allo Stato che ha quindi il diritto e il dovere di dettare le regole morali e comportamentali anche nella sfera privatissima dell’individuo che riguarda tutte le azioni che non invadono, non limitano, non danneggiano la libertà altrui. La società occidentale, e in particolare quella italiana, pur dicendosi liberale, sta assumendo sempre più una fisionomia autoritaria. Con i più vari pretesti, in special modo, ma non solo, quello della salute. È proibito drogarsi, non si può più fumare, si può bere solo a determinate condizioni, non si può morire in santa pace (lo Stato, attraverso i medici, ha il dovere di “salvarti”), si può dar corso alle proprie inclinazioni sessuali ma solo di nascosto altrimenti si incorre nell’interdetto sociale ed è allo studio una legge per rendere reato la prostituzione (da strada, non quella da escort che è roba per i ricchi e i potenti i quali godono, com’è noto, di un diritto proprio). Ancora un passo e il Grande Fratello ci dirà cosa è lecito fare, e cosa no, in camera da letto con la propria sposa o compagna.

Premesso questo, a Porta a porta ho sentito molte dotte disquisizioni, ma nessuno ha affrontato il problema delle cause, delle ragioni per cui è in vertiginoso aumento l’uso di droghe, di psicofarmaci che sono anch’essi delle droghe (negli Stati Uniti vi ricorrono 592 americani su mille), di alcol, con i loro correlati, e spesso precondizioni, che sono la depressione, la nevrosi, lo stress, per non parlare dei suicidi decuplicati in Europa rispetto alla società preindustriale. Sono tutte malattie della Modernità, il prodotto di un modello di sviluppo in cui l’individuo non può mai raggiungere uno stadio di equilibrio e di soddisfazione perché raggiunto un obiettivo ne deve inseguire immediatamente un altro, in ciò costretto dall’ineludibile meccanismo, produzione-consumo, che lo sovrasta, in un processo che non ha mai fine e che, com’è noto in psichiatria, è alla base di una perenne frustrazione. E bisogna essere efficienti, sempre più efficenti, sempre all’altezza. Nasce così l’ansia da prestazione, la paura di non farcela, di non reggere i vorticosi ritmi cui siamo sottoposti. Da qui il ricorso ad additivi chimici, come la coca; per migliorare le proprie performance, il passo è brevissimo. Oppure si rinuncia in partenza alla competizione e con l’eroina o l’alcol ci si rifugia in un mondo onirico separato da quello reale. Nella migliore delle ipotesi si cerca di placare l’ansia con la fagìa del consumo che è anch’esso una droga (il “soma” del “Mondo nuovo” di Huxley).

Se non si cambia modello di sviluppo il consumo delle droghe è destinato a crescere esponenzialmente e non ci saranno suorine di buona volontà che potranno arginarlo.

© Massimo Fini

Written by Loris Spadaro

21 Novembre 2009 alle 23:09

Romanzo criminale

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Romanzo criminale è un titolo che è sintesi. Un noir in piena regola con la struttura tipica di un romanzo direi quasi di altri tempi, di un altro secolo. La grandezza di queste pagine sta proprio in questo, nell’ampiezza della narrazione, nello scendere a fondo nei suoi personaggi.

Dandi, Libano, il Freddo, il Nero, conciati secondo le mode di due secoli fa potrebbero far ugualmente da mattatori in uno scenario diverso di un diverso spaccato di società. Perché Romanzo criminale è questo, una fotografia, un paesaggio nostrano, un compendio di storia della Repubblica tra realtà e finzione che si ferma giusto un passo prima di Tangentopoli. Il meglio del meglio degli ultimi trent’anni di successi targati Italia, un assaggio di tutte le trame che hanno governato, e governano, questo paese.

Attraverso le vicende di un manipolo di uomini alla conquista di una capitale centro nevralgico delle connessioni tra poteri più o meno legali, più o meno oscuri, è fatta la storia di tutto ciò che ci gira intorno, la storia triste e vergognosa di anni ed anni di democrazia “all’italiana”.

Giancarlo De Cataldo, Romanzo criminale, Einaudi, 2002

Written by Loris Spadaro

21 Novembre 2009 alle 22:56

Pubblicato in Giancarlo De Cataldo, Libri, Noir

Il giorno della civetta

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Se Sciascia avesse scritto Il giorno della civetta almeno poco più di dieci anni dopo, il capitano Bellodi l’avrebbe fatto crivellare di colpi, morto ammazzato come un cane. Invece ha scritto questo capolavoro di trama e significato in anni in cui ci si poteva permettere di sostenere che «la mafia non esiste».

Ineguagliabile la lezione del grande scrittore siciliano, e sul piano strettamente letterario – un incipit simile non si trova facilmente in altri gialli o affini – e sul piano civile: la mafia è a Roma. Se la cava fin troppo bene il capitano Bellodi, lezione vivente di professionalità e democrazia, come ogni uomo in divisa dovrebbe essere. La lettura di questa storia negli anni in cui l’importanza delle indagini di un magistrato si quantifica con i chilogrammi di tritolo che gli sono destinati, rilascia implacabile gocce di amarezza in fondo al cuore, in fondo alla coscienza, per il tempo perso e risoltosi nel più inestricabile immobilismo. Di capitani Bellodi, in questa triste e vecchia provincia d’Europa che è l’Italia, ne abbiamo avuti e forse ne avremo ancora. Ma i capitani Bellodi Roma li lascia soli. Si potrebbe parafrasare la celebre affermazione di Tancredi Falconeri: se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che gli uomini di Stato continuino a cambiare quando diventano scomodi.

Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti.

Le intuizioni del capitano conservano ancora, dopo quarant’anni, la portata rivoluzionaria tipica delle cose irrealizzate. Se si tramutassero in fatti, potrebbe anche aver ragione il mio caro e defunto nonno: «nun ce abbastàssero càrceri».

Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Adelphi, 2000

Written by Loris Spadaro

20 Novembre 2009 alle 09:31

L’altra mano di Dio

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C’è poco da dire: se l’arbitro non vede, non vede. Nei frequenti parapiglia nell’area piccola, nella rapidità di un’azione, può succedere di tutto. Spesso la vista è ingannata. Però se è l’intera terna arbitrale a non vedere un fallo di mano nettissimo, è comprensibile che venga da pensare. Pur consapevoli della difficoltà dell’arbitraggio, in casi come questi una disattenzione non la si perdona tanto facilmente. All’amarezza si aggiunge la rabbia ed il sincero dispiacere per un finale immeritato. Perché ieri la disattenzione dell’arbitro non è stata l’unica determinante del risultato del match tra Eire e Francia.

Fino a che punto c’è stata consultazione tra arbitro e guardalinee? Come si fa ad ignorare le proteste dell’intera difesa irlandese, del portiere che disperato corre verso l’arbitro, dell’allenatore, di mezzo stadio? È questo che è imperdonabile, ancor più della svista. La disonestà di un Thierry Henry che esulta come niente fosse e che oggi, a cose fatte e a quanto pare incontrovertibili, ammette di essersi aggiustato la palla con la mano. La complicità di un arbitro che ignora le proteste e non si consulta con lo stesso Henry. L’amarezza di Trapattoni è comprensibile: che senso ha parlare di fair play? Questo termine non vuol dire altro che onestà, lealtà, correttezza in campo. Se eventi come questi mutano una importante regola in lettera morta, che senso ha parlarne? Dispiace sinceramente per tutta la compagine irlandese, meritatamente in vantaggio fino a quel momento. Dispiace molto per il Trap che vede ancora una volta negarsi sogni di gloria ai mondiali a causa di errori degli arbitri. Ma conoscendolo c’è da aspettarsi quello a cui ci ha sempre abituati in tanti anni: si rifarà, indirizzerà tutte le energie della sua Eire verso l’obiettivo degli europei. Dispiace anche per Henry, che miseramente ha preferito la gioia di una vittoria rubata alla stima del tifo internazionale, dell’intero mondo del calcio. Ed è un mondo che in questi casi non perdona, come già successe nei confronti di un’altra celebre mano. Intanto fioccano le polemiche. Si invoca la moviola in campo, si contesta la decisione della Fifa di introdurre le teste di serie poco prima dei sorteggi per gli spareggi. Su entrambi gli argomenti si preannunciano critiche roventi.

Ma siamo sicuri che l’impiego di una moviola, fin troppo “invasivo”, possa essere la soluzione a casi del genere? Dopotutto, anche questo è calcio. Tutt’altro che corretto, e quindi men che meno sportivo, è il comportamento di alcuni soggetti di questa vicenda. Ed a questo, purtroppo, non c’è rimedio.

Written by Loris Spadaro

19 Novembre 2009 alle 23:17

Italiopoli

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Nel bel mezzo del Mediterraneo c’è una schifosa palude. Questa palude si chiama Italiopoli. Al suo interno si distinguono il Potere ed il pubblico. Il Palazzo, di pasoliniana memoria, ha subito una profonda e definitiva evoluzione: è divenuto il Residence. Questo Residence è il luogo in cui il Potere impazza incontrollato. Fuori dal Residence, assiepato sotto gli impenetrabili suoi cancelli, il pubblico. Al centro la televisione, lo strumento che “filtra” i fortunati frequentatori del Residence, secondo un unico criterio: «essere come loro». Questo è in sostanza quel che ci racconta Oliviero Beha. Fa notare la differenza con i tempi del celebre – si spera – «Io so»: tutti sanno.

Se si considera – come credo si dovrebbe – la democrazia come metodo basato su meccanismi e fictiones a tutti ormai conosciuti, l’Italia in quanto a sua attuazione non ha nulla da invidiare a nessuno. Cos’è quella complementarietà tra schieramenti opposti ma con la stessa faccia e amoralità se non la truffa per eccellenza, architettata e controllata dalle oligarchie politiche e finanziarie, dalle élite non elitarie dei professionisti della politica pagati affinché ci comandino, ci assoggettino, nascosta dietro i meccanismi che ben sappiamo? Cosa descrive Beha se non un sistema di mafie, alcune legali, altre meno, un intreccio tra oligarchie, le cui attività sono conseguenza e sostegno l’une delle altre? E quella televisione, prima strumento di potere, oggi Potere, cos’è se non di per sé profondamente antidemocratica?

Il quesito essenziale da porsi oggi è questo: tutto ciò è fisiologico o patologico? Se la risposta cade sulla prima alternativa, direi che siamo veramente alla frutta: resistere implica rimettersi a pensare “qualcosa”. Se cade sulla seconda, allora l’ottimismo di Beha va premiato, ma non vanno premiate le sue soluzioni. O meglio, non bastano le sue constatazioni. Sembra proprio abbia ragione Grillo nella sua prefazione: «Il copione è sempre lo stesso e gli italiani anche». Nella palude, e quindi in qualsiasi palude, si salva solo il coccodrillo. Oppure le paludi si bonificano.

Chi popola il Residence? Chi spinge per entrarci? Chi vota, chi guarda la televisione? Chi sono «il ministro, l’infimo sottosegretario, l’industriale, l’impiegato della posta, il burocrate, il giornalista, il banchiere, il ladro, il professore, il giudice, lo studente delle medie» dell’articolo di Citati? Gli italiani. Ecco cosa affiancare al resistere quotidiano: sognare un’Italia senza italiani. In un «paese ad personam» il problema è la persona. Anzi, sono le personae.

Oliviero Beha, Italiopoli, prefazione di Beppe Grillo, con due capitoli inediti dell’Autore, TEA, 2008

Written by Loris Spadaro

18 Novembre 2009 alle 20:48